go to GODOT, choose the leaf !! // HUGO RACE

22 May, 2015

Il nome di Hugo Race è da sempre legato a Nick Cave e alla popolarità che l’australiano ha acquisito quale icona mondiale del rock alternativo (The Birthday Party, Bad Seeds, Grinderman). La collaborazione tra i due, circoscritta al solo album d’esordio di Nick Cave & Bad Seeds “From her to eternity” (1983), ha provocato però un fastidioso equivoco che fa apparire ancora oggi il talentuoso Race come comprimario del sacerdote del gothic blues. Questo ha origine dal fatto che i dischi pubblicati da Race dopo l’esperienza di “From her to eternity” sono stati deliberatamente ignorati dalla stampa specializzata, che ha limitato la loro diffusione al circuito underground.


 

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Già con il progetto The Wreckery (quattro dischi pubblicati dal 1985), l’australiano aveva dimostrato la sua consistenza artistica, plasmando un blues rock atmosferico che traeva linfa vitale da bluesman oscuri come Leadbelly e Howlin’ Wolf (che il suo timbro baritonale in parte rievoca), per aprirsi poi al jazz blues confessionale di Tom Waits e alle evoluzioni intimiste del folk di Leonard Cohen, senza trascurare la carica sovversiva del punk di fine anni settanta. Queste prime prove riescono a dissipare ogni dubbio sulla qualità della scrittura del giovane chitarrista, che agilmente rivisita il blues delle origini in una molteplicità di forme che vanno dal rockabilly in odor di Cramps e Gun Club (“Baby play dead”) alle sperimentazioni di avanguardisti come Can e Captain Beefheart (“Base devil”).


 

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Da quella stagione che termina con gli anni ottanta, forse l’ultima capace di reinterpretare davvero lo spirito anarchico del rock, Hugo Race ne esce con un bagaglio di vastissime conoscenze che affinerà nel corso di una prolifica carriera come compositore e produttore. Ad accrescere la sua vena creativa contribuisce lo spirito nomade che lo porterà a girovagare per l’Europa, in una modalità di costante apertura verso nuove culture musicali, a partire dal 1989. Dopo aver pubblicato dischi di pregevole fattura come “Rue Morgue Blues” (1988) Race tende però a standardizzarsi su un rock dai toni dark blues che diventa ben presto il suo marchio di fabbrica. La sua produzione non conosce crolli dal punto di vista della qualità media, ma assume gradatamente la fisionomia di un aggiornamento periodico del linguaggio blues “passionate and dark” che lo ha reso musicista di culto.


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Lo stile dell’australiano somiglia ora più al blues ermetico e sofferto di Mark Lanegan, e quando verso la fine dei novanta l’estro creativo sembra essersi assopito intervengono nuove idee a rivitalizzarlo. Nel 1998 Race si trasferisce in Sicilia, gira la Penisola e inizia una fruttuosa collaborazione con il gruppo strumentale Sacri Cuori che diventa la backing band per “Fatalists” e “We Never Had Control”, due dischi ispirati, dove scopriamo inedite sfumature country (“Snowblind”), slanci pop folk (“Too many zeroes”) e un electro-blues che vagheggia la dark wave anni ottanta (“Ghostwriter”). Altro progetto interessante è Dirtmusic (quattro dischi all’attivo), gruppo fondato insieme al leader dei Walkabouts Chris Eckman, che ha raggiunto le terre lontane dell’Africa (Timbuctu) e si sviluppa con una combinazione tra le ritmiche africane tradizionali dei gruppi tuareg e il folk rock di matrice anglosassone. L’ultima fatica dell’australiano è il nuovo True Spirit, in uscita a fine maggio su Glitterhouse, e intitolato pleonasticamente “The Spirit”. Il disco è anticipato da “Elevate my love”, un folk noir dal taglio funky.


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