Across The MusicVerse #3 // MODEST MOUSE.

2 Giugno, 2016

Fondati a metà degli anni novanta a Issaquah (Stato di Washington), quando erano praticamente adolescenti, i Modest Mouse hanno dato una dimensione nuova all’indie rock americano degli ultimi anni. È difficile spiegare il percorso che da band indipendente li ha trasformati in un fenomeno di massa negli Stati Uniti, dove sono veneratissimi. Prendete “Bukowski”, una delle canzoni più melodiche del loro repertorio, sembra il perfetto matrimonio tra Neil Young e i Wilco ma ha qualcosa di diverso da entrambi. Nello stretto giro di una decade i Modest Mouse hanno convinto critica e colleghi, al punto che Johnny Marr (The Smiths) è entrato in pianta stabile nella loro line up per l’album “We Were Dead Before the Ship Even Sank”.


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A differenza della maggioranza dei gruppi rock odierni che rientrano in una categoria musicale per necessità commerciale o perché senza un’identità sarebbero persi, i Modest Mouse non replicano se stessi o uno stile ma seguono l’ispirazione con un approccio molto free più vicino al jazz che al modo di scrittura del rock. Passando da una canzone all’altra non si sa mai cosa aspettarsi, i fantasmi dell’indie rock a stelle e strisce ci sono tutti, dai Built to Spill ai Pavement, ma i nostri hanno intelligenza da vendere e hanno aggiunto ingredienti che non si trovano facilmente nelle band appena citate. Nell’ultimo album “Strangers To Ourselves” si sono superati sconfinando in una specie di rap delirante con il brano “Pistol”, che ha qualcosa del funk alternativo dei The Rapture e dell’ossessività dei Death Grips.



Il disco del 2004 “Good News for People Who Love Bad News” restituisce in modo naturale quelle che sono tutte le sfumature e le potenzialità che il gruppo è stato capace di esprimere in dischi come l’intenso “The Moon and Antartica” . Questo disco ha un valore catartico ed è un fiume in piena a livello emotivo, dal punto di vista della qualità generale delle canzoni e della produzione lascia davvero poco spazio al mestiere. La dolcezza dei momenti quasi folk pop di “Bukowski” e “Blame It on the Tetons” e parallelamente il piglio furente e duro di “Bury Me with It” creano il contrasto vincente, il giusto bilanciamento tra melodia e rumore.



Ma questa considerazione non è sufficiente a spiegare la varietà di soluzioni sperimentata dal gruppo americano, immaginate un Nick Cave invasato (“Dance Hall”) o il Beck di “Sea Change” (“The World at Large”) e avrete una percezione, seppur vaga, della vastità di intuizioni e motivi che sono capaci di sfruttare. Gran merito va anche al cantato emozionale di Isaac Brock che trasmette il senso di inquietudine di un individuo che sfoga tutta la frustrazione accumulata, in un saliscendi tra distensione e aggressione come nella splendida “Float on”, culmine pop dei Modest Mouse. I testi contengono elucubrazioni filosofiche di Brock, cresciuto in un contesto non convenzionale alle porte di Seattle tra comunità hippie e fondamentalismo cristiano.


modestmouse


In anni di continui revival, dal post punk al folk anni settanta, i Modest Mouse sono tra i pochi a non farsi influenzare dalle mode. La loro è un’affascinante storia di provincia, dove si incontra l’America più angosciante, quella che diventa famosa solo per sporadici fatti di cronaca.


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