Across The MusicVerse #2 // CAMPER VAN BEETHOVEN

3 March, 2016

“Anni 80” è un’espressione spesso usata per indicare il “trash” e la moda discutibile che quel decennio ha offerto al mondo. Dal punto di vista musicale questo è corretto se usiamo come cartina tornasole le classifiche Billboard USA, dominate da fenomeni power metal, AOR e synth pop, ma se introduciamo nel discorso i Camper Van Beethoven gli anni 80 ci sembrano sorprendenti, quasi senza macchia.


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Il nucleo dei CVB si forma nel 1983 a Redlands, nella contea di San Bernardino, quando due universitari tornati a casa per le vacanze estive (Chris Molla, polistrumentista e David Lowery, cantante/chitarrista) si uniscono al bassista Victor Krummenacher (anche lui studente) per dare vita ai Camper Van Beethoven and the Border Patrol. I tre, già molto attivi nella scena musicale della cittadina universitaria di Santa Cruz, dopo qualche mese reclutano Jonathan Segel (violinista/tastierista) e Richie West (batterista), sostituito per le registrazioni del primo disco da Anthony Guess.


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Molla, Lowery e gli altri membri sono parte integrante di una grande comunità giovanile, ultimo avamposto di una cultura hippie ormai in declino. La loro musica è progressista perché rinuncia alle mode e accoglie stimoli creativi ovunque può: dallo ska al garage rock, dalla psichedelia di Byrds e Jefferson Airplane al folk dylaniano, dalle ritmiche del Medio oriente alle atmosfere surf della loro terra. L’essenza dei CVB è strettamente legata al luogo di origine e al clima “liberale” delle città universitarie americane, mentre parallelamente la violenza del punk/hardcore trova la sua ragione d’essere nel contesto metropolitano di Londra e New York.
Per i californiani la musica è “artigianato” e contatto umano, e in pochissimo tempo diventano uno dei gruppi fondamentali del college rock, nuova categoria che nasce dall’intraprendenza delle radio universitarie americane che catalizzeranno l’attenzione della discografia e della critica alternativa. Le radio dei college non rispettano le logiche del mercato mainstream e sono animate direttamente dalla passione dei protagonisti delle varie scene cittadine, che grazie ai locali rock, alle fanzine e alle piccole etichette riescono a farsi notare.



I CVB dimostrano già nei primi album di essere tecnicamente validi, la strumentazione è ricca e la presenza del violino crea un effetto straniante in pezzi come “Take the skinheads bowling” e “The day that Lessie went to the moon”. I testi sono esperimenti nonsense dal taglio sarcastico e abbondano di riferimenti alle controculture dell’epoca (punk, skinhead, skate).
L’album della maturità è però “Our Beloved Revolutionary Sweetheart” (1988), primo disco pubblicato con la major Virgin, che registra l’assenza del fondatore Chris Molla. Il suono è meno amatoriale e il senso di felice trascuratezza dei primi dischi lascia il posto a una maggiore linearità.
Il trittico che compone la parte centrale è la conferma dell’eclettismo dei CVB, in otto minuti si viaggia da un trascinante mantra pop (She divines water) a un breve pezzo garage che solo i Gun Club di “Fire of Love” potevano sfornare (Devil song) per arrivare a un gioiello ska impreziosito dalle sviolinate del bravissimo Jonathan Segel (One of these days).



Come altre due fondamentali rock band del Sud-Ovest americano, i Meat Puppets e i Minutemen, i CVB hanno sperimentato moltissimo, rimettendo in gioco ironia e incoscienza e rinfrescando i più polverosi standard musicali. I californiani hanno conservato lo stesso spirito “anarchico” che apparteneva ai gruppi rock degli anni sessanta e le similitudini con l’universo di Frank Zappa e Captain Beefheart non sono poche. È doveroso ricordare che all’esperienza CVB è collegata anche la storia dei Cracker, band dal discreto successo fondata da Lowery nel 1990.


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