YOU TALKIN’ TO ME? WHO THE FUCK DO YOU THINK YOU’RE TALKING TO? // Alfio Antico

26 Febbraio, 2016

Nato e cresciuto nella campagna siciliana, Alfio Antico ha fatto il pastore fino a 18 anni, imparando a cantare grazie a sua nonna e a fabbricare i suoi tamburi. Negli anni Settanta si trasferisce a Firenze, dove, fra la lotta politica, le sperimentazioni, la musica popolare, lo scopre, una sera, in Piazza della Signoria Eugenio Bennato, iniziando una carriera che lo porterà a collaborare con artisti come De André. In anni più recenti ha collaborato con Carmen Consoli, Capossela ecc. Eccezionale interprete della tradizione popolare e fra i maggiori conoscitori della tammorra e del tamburo, a inizio anno Alfio Antico ha pubblicato un album capace di richiamare l’italian Occult Psychedelia, eliminando quasi del tutto gli orpelli “world” a favore di un recupero preponderante dei ritmi più ossessivi, animaleschi, tribali della tradizione popolare.


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Abbiamo avuto modo di intervistarlo e ci ha spiegato chi è veramente.


Alfio Antico, lei chi è? Si descriva in poche parole.


Cerco di essere diverso da chi si sente diverso grazie al tamburo che è diverso, chiaro no? (sorride)


Nei suoi lavori è forte, se non fondamentale, il rapporto con la sua terra e con tutti gli elementi che la contraddistinguono. Assodato questo concetto, rintraccio una viva sacralità in questo legame con il primigenio. Che rapporto ha con il sacro?


Dipende cosa vogliamo dire con la parola “sacro”. Dico sempre che il tamburo è mio fedele compagno fin dalla mia infanzia, quando mi faceva compagnia di notte, durante la transumanza. Scacciava le mie paure e ci mescolavamo con i suoni melodiosi della natura. Tutto ciò è stata una culla sia per la mia infanzia che per la mia adolescenza. Questo per me è sacro.



 

 Cosa rappresenta fisicamente e spiritualmente per lei, fabbricare da sé i propri tamburi?


Ormai fa parte di me, mi dà energia. È come Ulisse che deve forgiare la spada, insomma non posso non farlo. È un atto profondamente umano.


Lei è cresciuto nella campagna siciliana, facendo il pastore fino a 18 anni. Quanto è stata decisiva quest’esperienza per il suo avvicinamento alla musica popolare?


Fondamentale. Anche se non mi piace etichettare con un nome la mia musica. Immerso nelle montagne non avevo delle definizioni musicali, eravamo io, il Tamburo e la natura.


L’ultimo disco, Antico, uscito a gennaio per la label Origine, scarnifica la tradizione popolare, riprendendone solo i ritmi più arcaici, istintivi e animaleschi. Un lavoro praticamente psichedelico. Come mai questa scelta?


Mi piace provare nuove esperienze, questo lavoro mi dà la possibilità di essere me stesso, è la mia vera essenza. Mi toglie di dosso i vestiti barocchi e tradizionali e mi dona quello che sono veramente: arcaico e puro.



Come e dove è stato concepito l’ultimo album? E, più in generale, come nasce un suo pezzo?


L’album è stato registrato nell’Agriturismo Capuano del mio amico Totò Lovecchio, eravamo completamente immersi nelle Madonie, dove il vero bucolico era sotto il mio naso, scattava il mio essere pastore. Abbiamo registrato il più possibile all’aperto, in modo tale da far entrare nelle armonie le foglie che si spostano, il vento e gli animali.
Per quanto riguarda le canzoni il procedimento non è sempre uguale, quasi tutti i miei brani si sviluppano a Ferrara, dove vivo da ormai 30 anni, proprio perché è come se la mia terra mi parlasse da lontano e mi sentissi in obbligo di scrivere.


 Molte sono state le sue collaborazioni, basta citare De André,
Eugenio Bennato, Carmen Consoli, Capossela ecc. Quale di queste ricorda con maggior piacere?


In tutte le collaborazioni ho ricevuto e dato tanto. Eugenio è un fratello maggiore, se sono arrivato dove sono è soprattutto grazie a lui. Vinicio è un caro amico, condividiamo la stessa sensibilità musicale. Devo dire che anche il teatro mi ha dato tanto, nello specifico Maurizio Scaparro mi ha aiutato nello sviluppo scenico mio e del mio Tamburo.


Possiamo dire che la sua musica, come forse gran parte
della musica popolare, nasce in antitesi,
in opposizione ai ritmi frenetici contemporanei?


Assolutissimamente sì. Osservo questa frenesia e la accarezzo, ma scrivo di un mondo passato che rischia di scomparire e, peggio ancora, di essere dimenticato.


 Progetti per il futuro


Quello che ho sempre fatto nella mia carriera: suonare.



Come si figura la musica popolare fra 10 anni?


Si arricchirà sempre di più se ci si scrolla di dosso i vari clichè, bisogna mantenere i ricordi, portare i racconti e le armonie della tradizione, ma deve avere il coraggio di svilupparsi, di mescolarsi a tutto ciò che esiste intorno a lei. Insomma, non deve diventare folklore da cartolina.


Foto-Alfio-Antico-di-R.-Gulisano


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