Exclusive // Ainé in 10 Blue Questions

5 July, 2016

Siamo riusciti ad intervistare AINé uno degli artisti più talentuosi della scena italiana “Black–n–Soul”.
Ci ha regalato anche una foto esclusiva agli oggetti a cui è più legato e ci ha svelato alcuni segreti del suo
meraviglioso disco dal titolo Generation One pubblicato per la Totally Imported.
Ma prima ri-ordiniamo i pensieri come dopo un pomeriggio pieno di pioggia…



A Maggio è uscito il tuo primo disco,
13 tracce ricche di un suono contemporaneo che lo determina
come uno dei dischi di debutto più belli di quest’anno.
Com’è nato e quanto lavoro c’è dietro?


Beh, innanzi tutto è un grande piacere per me e per tutte le persone che hanno lavorato a questo progetto apprendere che sia arrivato il messaggio che volevamo comunicare per questo vi ringrazio.
Il disco è nato da una grande ricerca musicale iniziata qualche anno fa.
Avevo tante idee, tanti stimoli che dovevano prendere forma e vedere la luce, nel disco ci sono tutte le ricerche musicali che ho sviluppato negli ultimi anni, i suoni black che mi hanno accompagnato in tutta la mia crescita artistica, le melodie soul che hanno sempre fatto parte del mio background, assieme al jazz e l’hip hop che dà respiro alle parole ai testi e soprattutto al groove che volevo imprimere in questo disco.


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Le mie idee, attraverso l’incontro con il mio manager ed executive producer Francesco Tenti e al mio produttore Pasquale Strizzi, hanno preso forma e con il grande valore dei miei musicisti abbiamo realizzato “Generation One”: un po’ una scommessa, una voglia di mandare questo “primo” messaggio…



La foto che ci hai mandato racconta un po’ chi sei,
rispecchia una parte della tua personalità,
la prima cosa che mi ha colpito è un “Pork Pie Black Hat”
simbolo della cultura jazz afroamericana e non solo,
Charles Mingus gli dedicò persino una canzone e poi non a caso,
più sopra c’è il singolo degli A Tribe Called Quest – Jazz (We’ve Got).
Parlaci della prima volta che ti sei innamorato
della musica e che legame hai tra quel disco e le radici del Jazz?


Foto ANHW


Difficile ricordare la prima volta in cui mi sono innamorato della musica… Ho avuto la fortuna di crescere in una famiglia nella quale il linguaggio musicale è sempre stato presente: fin da piccolissimo ho ascoltato tutte ciò che mi capitava per le mani, dai vecchi dischi jazz (da Charlie Parker a Miles Davis) a Michael Jackson e James Brown, fino ai vinili impolverati di Pino Daniele e Lucio Dalla, ovviamente rimanendo incollato a tutto ciò che è contemporaneo.
“Il Pork Pie Black Hat” si, fa parte del mio stile, ovviamente ispirato alla tradizione afro-americana; mi piace molto soprattutto nei live comunicare anche con lo stile con il linguaggio del corpo.
Ho preso il disco di A tribe called Quest in un mercatino di vinile (ancora esistono per fortuna) è un disco che mi ha subito colpito stiamo parlando del ventennio d’oro dell’hip hop ed ascoltarlo su vinile ha un altro sapore…



Raccontaci un po’ della tua esperienza oltre oceano
soprattutto quella nella “Cradle of Liberty”,
ossia nella città di Boston soprannominata anche “Titletown”…


Ho sempre amato guardare un po’ cosa succedeva oltreoceano ed ho avuto la fortuna di studiare a Los Angeles, dove a livello musicale tutto corre a velocità incredibili.
L’esperienza americana mi ha formato molto non solo per il rigore che impongono nello studio, ma soprattutto nella voglia di credere nei talenti e nelle nuove idee… Boston sarà la prossima meta, l’anno scorso ho vinto la borsa di studio come unico cantante uomo tra migliaia di iscritti al Berklee College of Music; andrò a fare un salto anche li, per tornare con ancora nuove idee per i prossimi progetti..


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I lavori di Robert Glasper o di Josè James o di Roy Hargrove & The RH Factor
li senti un po’ tuoi, intesi come fonte d’ispirazione?


 Sicuramente questi artisti che hai menzionato hanno il merito di aver portato anche da noi un “mood” che non era molto considerato, basti pensare a quante date ha fatto Glasper in Italia nell’ultimo anno…
Qualcosa si sta muovendo, la gente ha voglia di ascoltare buona musica, di riscoprire dei suoni che sono tutt’altro che di nicchia. Sicuramente io, essendo curioso, recepisco ciò che mi colpisce da tutti questi grandi artisti, avendo avuto anche la fortuna di incontrarne alcuni personalmente.


Quando ho visto il disco TIMELESS : SUITE FOR MA DUKES
che noi abbiamo postato tempo anche con un speciale
su Miguel Atwood-Ferguson mi si sono brillati gli occhi, perché l’hai inserito?


Se ti sono brillati gli occhi vuol dire che davvero siamo in sintonia…ahaha
Questo disco rappresenta ciò che c’è di bello, un’orchestra sinfonica che interpreta dei brani completamente distanti dalla musica classica: parliamo di un grande lavoro, di un progetto immenso.
Se non è contaminazione musicale questa!! Davvero uno dei miei dischi preferiti da ascoltare rigorosamente a volume altissimo.


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  Il brano del tuo disco che ti rispecchia di più?


Sai, in questi casi è difficile risponde, ogni brano ha una sua storia, ogni brano ha dietro tante immagini ed esperienze che ho vissuto, tanti momenti nei quali magari invece di parlare ho scritto, quindi ogni traccia comunica un po’ di me…


Come nasce la composizione e la scrittura di un tuo brano?


Spesso mi trovo nel mio home studio, non importa che sia notte o giorno: quando ho un’idea scrivo musica, se sono davanti al piano o se ho una chitarra in mano non importa, l’importante è fissare quel momento in musica.
I miei brani nascono così, da impulsi, da idee, poi ho la fortuna di lavorare con grandi musicisti ed un grande team che riesce ad intuire perfettamente la direzione che voglio dare a questi brani.
Nel disco hanno contribuito anche dei grandi autori.



Parliamo delle collaborazione in “Generation One” partendo da Alissia Benveniste
(giovane bassista della scena newyorkese) e Kyle Miles
(che ha avuto il prestigio di collaborare con Herbie Hancock),
a Ghemon e Davide Shorty fino a tutti gli altri.
Come è stato lavorare accanto a loro i brani come
sono nati e qual’è quello a cui sei più legato?


Nel disco si sono presenti diverse featuring appartenenti a mondi anche diametralmente opposti tra loro. Ho avuto la fortuna di suonare con alcuni dei più talentuosi giovani musicisti della scena americana, da Alissia a Kyle a Ruben: sono tutti artisti giovani che ora collaborano con i più grandi.
Quello che si è creato con “Generetion One” è una specie di comunity di grandi talenti che hanno voluto collaborare e lasciare una loro piccola firma in questo progetto. Con Ghemon c’è un grande feeling umano ed artistico, sono convinto che ci saranno molte altre occasioni di collaborare, lo stesso vale per Shorty (un amico!). Sergio Cammariere, infine, ritengo sia uno dei migliori artisti che abbiamo nel nostro paese una persona fantastica: la nostra featuring è stata una bellissima esperienza artistica ed umana.


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Sfida! Ti sfido, l’alter ego del tuo disco?


Mmhh, l’alter ego del mio disco non saprei davvero: se intendiamo dei dischi nei quali mi ritrovo davvero ti direi gli ultimi lavori di Lamar, Andersoon Paak, Nick Hakim ecc ecc eccc.


Sono riuscito ad assaporare un tuo live e l’ho trovato fantastico
grazie a quest’analogia che sei riuscito a creare tra il soul odierno e l’r&b.
Cosa ti ha dato l’esperienza con il gruppo di Gegè Telesforo?
Com’è nato quest’incontro e quanto di tutto questo si riflette sui palchi del tuo tour?


Grazie! Per me il live è il momento dell’espressione, il momento in cui posso davvero comunicare con il mio pubblico: amo coinvolgere le persone che vengono ad ascoltarmi affinché in quell’ora e mezza si possa “viaggiare” con la mia musica tutti assieme.
Gegè, oltre ad essere sangue del mio sangue, è una persona ed un artista che mi ha insegnato molto, assieme a lui ho calcato moltissimi palchi e fatto la cosiddetta gavetta che serve ad ogni artista che ti rinforza le ossa e ti fa crescere.


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Puoi donarci un brano per la nostra rubrica Track Of The Day?


Certamente, per la vostra Track of the Day vi vorrei donare “Dimmi se puoi” .
Thanks a lot Guys!



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